mercoledì 30 marzo 2011

Equivoci tecnologici

di Gian Carlo Sacchi (giancarlo.sacchi@cde-pc.it)

Le manovre messe in atto dall’attuale governo circa l’insegnamento tecnologico nella scuola italiana se da un lato cercano di incrementare l’uso degli strumenti soprattutto legati all’informazione e comunicazione, dall’altro ne impoveriscono la presenza, sia sul piano quantitativo, diminuendo le ore nella scuola secondaria di primo grado e abolendo l’indirizzo scientifico-tecnologico sperimentale nel secondo ciclo, sia qualitativo, lasciando languire uno spazio ricavato in precedenza nella primaria e abbandonando completamente la ricerca disciplinare e didattica nel settore.

Questo appare una contraddizione più grande se si pensa che in quella che viene ancora con maggiore efficacia chiamata scuola media, che rappresenta un po’ il sensore di tutta la politica messa in campo negli ultimi cinquant’anni su questo insegnamento, si è tolto l’aggettivo ‘tecnologica’ accanto al sostantivo ‘educazione’ e si è lasciata solamente la parola ‘tecnologia’.
All’educazione tecnica prima e tecnologica poi era stato affidato il ruolo di accompagnare la crescita dell’allievo a contatto con il mondo dell’artificiale, cercando di interpretarlo e di riprodurlo. Ma in tutti questi anni la materia ha sofferto della mancanza della così detta ricerca epistemologica e pedagogica di base e la sua evoluzione perlopiù è dovuta alla riflessione che i docenti stessi e le loro associazioni, con qualche rara presenza universitaria, hanno realizzato sull’efficacia del rapporto insegnamento-apprendimento.
Trasformare anche solo il linguaggio istituzionale ha voluto dire riportare il dibattito in alto mare, ma forse se ne sono accorti in pochi anche di coloro che ne hanno riformato il costrutto. L’educazione tecnologica andava di pari passo con una pluralità di settori mentre la tecnologia presupporrebbe un paradigma unitario di riferimento, cosa che a parte certi tentativi un po’ naif non pare all’orizzonte. E allora quali sono in concetti unificanti, gli epistemi, che la caratterizzano e sui quali i docenti possono impostare la loro attività didattica?

Le ultime scuole di specializzazione hanno assunto il paradigma ingegneristico di un insegnamento per “problemi e progetti”, che forse ha contribuito a selezionare in tal senso anche i candidati all’abilitazione, una tendenza che si è affermata spontaneamente, senza nessuna scelta a monte nell’ambito della babele di ben circa 22 titoli di studio che in teoria offrono la possibilità di accesso a tale insegnamento.
Sembra che si debba tener fermo il “metodo” liberalizzando i contenuti, senza contare che nella scuola superiore alle tecnologie corrispondono altrettante specializzazioni ed un orientamento precocemente professionalizzante, che continua a rispecchiare la vecchia e rinnovata istruzione tecnica, e che tolto di mezzo quell’unico indirizzo che tentava di licealizzare la tecnologia elaborandone un asse culturale per la formazione generale, fa si che si torni ad una sorta di più o meno nobile apprendistato. La tecnologia non assurge così a componente formativa innanzitutto per l’uomo e il cittadino, prerogativa fondamentale delle finalità unitarie della scuola media del 1962, ma rischia di tornare “all’arte del vil meccanico” (anche se dotato di LIM), ponendosi ancora, sebbene con sempre maggiori difficoltà sul piano della motivazione degli studenti e delle richieste di sempre maggiori competenze da parte del mondo del lavoro, come strumento di selezione a livello cognitivo e sociale.
Questo nodo non è stato risolto ed oggi mentre si tende ad abbandonare la discussione culturale per andare verso una visione più funzionalista degli apprendimenti ci si sposta verso un insegnamento con le tecnologie anche nelle ore di tecnologia, finendo per porla, come in passato, seppure modernizzata nei dispositivi, al servizio di altri ambiti disciplinari. Apprendere abilmente è più importante (?) di capire ciò che si fa e si usa, la strumentazione è talmente complessa che può diventare un vero e proprio contenuto di insegnamento e il veloce cambiamento non consente un adeguato “distanziamento critico”.
Ci si orienta verso il prevalere delle tecnologie della comunicazione, più trasversali, rispetto a quelle della produzione, considerate più professionalizzanti, ma il dato di fondo rimane quello della elaborazione di un pensiero tecnologico e di quello che ne deriva sul piano metodologico didattico e del curricolo formativo per i docenti.
Non è più il dibattito epistemologico, ma quello metodologico, che si pone di fronte all’insegnante di tecnologia: una didattica per problemi e progetti dunque tiene dentro sia l’esperienza tecnologica che l’alunno ha davanti ogni giorno, propone un apprendimento di tipo “costruttivista”, sviluppa un orientamento che può avere una ricaduta a livello personale e professionale.
Insomma alla ricerca degli epistemi, per definire una convenzione universale, si preferisce lavorare su quello che c’è, facendoci precedere dalle LIM nella ricerca, ma mantenendosi all’interno di ciò che è stato previsto da chi ha costruito l’artefatto.
C’è già tanto da fare per capire l’esistente che andare oltre, sviluppare cioè il pensiero divergente è veramente un lusso, e tirar fuori gli allievi dallo “smanettamento” sui dispositivi automatici è un problema. Confidiamo che i problemi e i progetti aiutino la metacognizione, la capacità di ricerca, oltre la prevedibilità e la producibilità degli interventi nel campo dell’artificiale.
Tutto ciò in senso più generale si può definire didattica laboratoriale, e il “dominio” tecnologico può offrire non solo i metodi attivi, ma anche i “modelli mentali”, che agiscono sulla costruzione dei concetti, aumentando la comprensione con un uso più moderato degli strumenti. Il laboratorio diventerà così un vero ambiente di apprendimento.
La presenza più diffusa delle LIM nelle scuole ha alzato l’asticella sia nell’uso trasversale, sia nella conoscenza tecnologica. Le due funzioni devono però contaminarsi e l’esito non può che espandersi in un senso o nell’altro a seconda delle finalità, ma ciò che conta è che la formazione tecnologica aiuti la persona a crescere, sia una componente sempre presente nelle modalità a cui riferirsi per entrare in contatto con la realtà. Questo significa vivere ed operare nella società contemporanea.

sabato 26 marzo 2011

intenzionalità e coscienza

I recenti incidenti nucleari verificatisi in Giappone e l’emergenza tuttora in corso inducono ad alcune riflessioni sulla Tecnologia. Le conoscenze scientifiche e tecnologiche di cui l’uomo dispone hanno consentito la progettazione di macchine talmente potenti da poter minacciare - in casi di gravità particolare - la sopravvivenza stessa della razza umana. Questo dato di fatto non va mai dimenticato e deve costituire un punto di riferimento fondamentale per qualunque riflessione intorno al progresso e al cammino di civilizzazione dell’umanità. Occuparsi in modo serio e responsabile di Tecnologia - e del suo insegnamento - significa anche a nostro avviso assumere questo orizzonte culturale e affrontare con intelligenza le complesse questioni che esso pone. Si tratta di cercare soluzioni per problemi non tanto di ordine strettamente tecnico quanto di ordine etico, filosofico, forse anche spirituale. E’ fondamentale che nell’insegnamento della Tecnologia si rafforzi e si estenda la dimensione critica e riflessiva, che non si esaurisca o affievolisca la necessità e l’urgenza della problematizzazione, della messa in discussione, della costante verifica. E che si eviti il rischio di una pura e semplice trasmissione di tecniche: schemi operativi e procedurali scollegati dalla contemporanea e cruciale ricerca di un senso.

Scriveva il grande Renè Berger nel suo saggio “Il nuovo golem” (1991):
Ogni tecnica, anche se indica un insieme di procedimenti, non si riduce all'efficacia del fare; la tecnica infatti implica una sorta di conoscenza, la quale, seppur vagamente formulata e non meno vagamente sentita, sfocia su una forma di intenzionalità, su un rudimento di coscienza. Così l'innovazione” tecnica è gravida di una “visione” che emerge, si afferma, si diversifica man mano che si sviluppano usi nuovi, spesso inattesi, a volte addirittura imprevedibili.

venerdì 25 marzo 2011

Un contributo di Giovanna Tafuri

Riporto un brano di un interessante articolo di Giovanna Tafuri di qualche anno fa. Il testo completo si può leggere a questo indirizzo: http://www.disced.unisa.it/Quaderni/Qua_Vol_04-1994/Q_V04_231-238.htm

Sono assolutamente consapevole, inoltre, che almeno un indirizzo tra quelli che verranno definitivamente codificati non potrà non prendere in esame l'apparato tecnologico che tende a divenire quasi una seconda natura, come intuì nei primi decenni di questo secolo Maria Montessori[9]. Un'attenzione puntuale a questo indirizzo mi sembra oltremodo importante per due ordini di ragioni. La prima è - vorrei dire - di ordine "termostatico". Uso un termine introdotto nel campo pedagogico da Neil Postman, il quale ritiene che la scuola debba agire come strumento di regolazione della vita sociale. In questo caso la scuola dovrebbe "raffreddare" una "temperatura sociale" che - gli pare - potrebbe diventare incandescente[10]. Nel senso che alcuni sviluppi tecnologici (penso alle tecnologie che riguardano le ricerche di fisica nucleare o, più di recente, di bio-ingegneria) potrebbero influire negativamente sulle stesse possibilità di sopravvivenza dell'uomo e della "nicchia ecologica", come oggi si dice, all'interno della quale egli è collocato. Lo sviluppo tecnologico deve poter essere coniugato con il Lebenswelt, del quale esso dovrà divenire un fisiologico prolungamento in un ottica di Entlastung del lavoro dell'uomo. La seconda si riferisce alla "capacità" che hanno assunto i nuovi sviluppi tecnologici di interagire con la stessa intelligenza umana; in alcuni casi qualcuno ritiene che possono divenire concorrenti temibili della stessa intelligenza dell'uomo. Vorrei meglio specificare questo punto, perché mi sembra particolarmente incisivo ai fini del profilo di un progetto pedagogico che sappia confrontarsi con le frontiere più avanzate dello sviluppo scientifico e tecnologico. La scuola (e più precisamente la superiore) non potrà esimersi, infatti, da dare risposte e da indicare percorsi in rapporto all'orientamento di senso da offrire all'azione umana che interagisce con o si esprime a partire da un sistema di oggetti che sono governati da programmi che prevedono possibilità di retroazione e sulla base di una ricca memoria (di macchina o di programma), anche adeguare - in tempo reale - il "comportamento" dell'uomo in rapporto a input che vengono dall'esterno. Mi pare che l'homo tecnologicus debba rendere eunomico - ben regolato - il suo rapporto con gli oggetti intelligenti, di cui il suo mondo sta divenendo sempre più ricco. Una scuola di questo tipo potrebbe insieme garantire la migliore utilizzazione di quel mondo artificiale e astratto creato dall'uomo, evitando nel contempo la solitudine e l'anomia che sono stati i ricorrenti segni distintivi della società contemporanea.
La tematica della tecnologia non mi fa dimenticare certamente l'ambito umanistico, ma questo mi pare che emerga come riscoperto - espressione di una vitalità nuova - quando si sia confrontato con gli sviluppi scientifici e tecnologici. Non c'è alcun umanista che voglia essere insieme massimamente rigoroso e capace di interagire in maniera proficua con altri studiosi della stessa disciplina, sia pure operanti in ambiti nazionali differenti, che non utilizzi alcune volte anche complessi apparati informatici o strumenti logico-matematici, in alcuni casi estremamente raffinati e spesso studiati appositamente - "mirati" si dice in gergo - per i suoi studi. Mi pare sia opportuno ricordare i vantaggi ottenuti da una scienza come la linguistica, per esempio, dall'introduzione diffusa dell'informatica e dall'arricchimento dell'iconografia e dell'iconologia quando ad esse si applichi il bagaglio di conoscenze sviluppato in una scienza nuova: l'intelligenza artificiale. Si può dimostrare così che un'attenzione di tipo estetico spinge all'azione gli scienziati degni di questo nome. Per usare una frase icastica è fondamentalmente il desiderio di esprimere la bellezza che "spinge all'azione": la bellezza matematica probabilmente prima di ogni altra e poi quella geometrica e quindi tutte le altre all'interno delle quali si cimenta lo spirito umano. Questa tensione verso il bello, il desiderio di fruire anche in ambito scientifico di questo piacere può ad ogni pie' sospinto essere ritrovato dagli studiosi di storia del pensiero filosofico (disciplina che deve essere ben presente nel triennio della scuola secondaria superiore), ma una tensione dello stesso tipo informa nella grande maggioranza dei casi anche letterati ed artisti, il cui pensiero e le cui opere dovranno continuare ad essere presenti nella mente e nel cuore dei nostri studenti[11]. Sono questi luoghi teorici, ripeto, questa lezione ci viene confermata dai progettisti dei modelli scolastici che si sperimentano nei Paesi più avanzati, dai quali emergerà, poi, ogni tensione scientifica innovativa ed ogni risposta a quelle crisi nella continuità scientifica che Kuhn con tanto rigore ha approfondito e di cui è stato capace (almeno per l'Occidente) di fare la storia.

sabato 12 marzo 2011

Uno sguardo sul mondo digitale


La rivista Mondo Digitale, edita dalla federazione AEIT (www.aeit.it) si distingue per l'alto livello dei suoi contributi. Segnalo in particolare tre articoli del prof. Giuseppe O. Longo di cui riporto anche il breve abstract.

Uomo e tecnologia una simbiosi problematica (2005)
L'importanza della tecnologia nella definizione dell’uomo è sempre più evidente, ma fin dalla sua comparsa la nostra specie si è ibridata con gli strumenti che costruisce: in realtà homo sapiens è sempre stato homo technologicus, simbionte di uomo e tecnologia in perpetua trasmutazione. Parte dell'umanità sembra destinata ad una profonda trasformazione culturale, epistemologica e perfino fisiologica. Ma la rapidità del cambiamento, favorito in particolare dalla tecnologia dell'informazione, minaccia il nostro equilibrio biologico ed emotivo e lacera le componenti etiche ed estetiche tradizionali.

Il computer tra complessità e narrazione (2008)
Gli uomini sono creature della narrazione: ciascuno di noi racconta e si fa raccontare un seguito di storie nel tentativo di dare un senso al mondo e alla sua presenza nel mondo. A ben guardare, l’arte, il mito, la filosofia e la stessa scienza sono tutte forme di narrazione. Anche il computer, ultimo arrivato sulla scena, si inquadra in questo contesto: quali storie ci racconta questa macchina straordinaria?
(puoi leggere l'articolo qui)

Nascere digitali verso un mutamento antropologico (2009)
Siamo entrati nell’era digitale, caratterizzata da una generazione di giovani (i “nati digitali”) che, formatisi sulle nuove tecnologie, le usano con grande disinvoltura e con sovrano opportunismo. Questa generazione interagisce con le strutture tradizionali, in particolare con la scuola, in modi nuovi, che investono tutti gli aspetti dell'individuo. L’uso precoce dei dispositivi digitali porta a connessioni cerebrali diverse da quelle dei bambini abituati alla lettura. Ciò comporta cambiamenti epistemologici radicali, che investono tutti gli aspetti della comunicazione, della cultura e della società.
(puoi leggere l'articolo qui)

giovedì 10 settembre 2009

le sorti della Tecnologia

verso un Manifesto per l'Insegnamento della Tecnologia
dai tre anni all'età adulta


Parlare della tecnica è anche un modo
per comprenderci. Ci sono infatti due modi
per capire noi stessi e per penetrare l'essenza,
la portata e i limiti della natura umana: studiarci
direttamente, guardandoci dentro e tentando
di guardare dentro gli altri, oppure osservare
attentamente quello che siamo capaci di fare
colletivamente nel nostro continuo sforzo di
cambiare il mondo che ci circonda, imitando,
contraffacendo e superando la natura.

E. BONCINELLI, L'anima della
tecnica (2006), p.12



Penso che l'ambizioso e cruciale compito di formare una "testa ben fatta", per usare la famosa espressione impiegata da Morin, non possa prescindere dal contributo formativo delle discipline tecnologiche. In particolare, sono convinto che l'incontro con il fatto tecnico e tecnologico debba essere precoce e avere luogo sin dai primi livelli di istruzione. Mi propongo, con questo pur breve testo, di portare alcune argomentazioni a sostegno di questa tesi che mi pare non goda, in questi ultimi anni, del consenso generalizzato e del solido e costante sostegno istituzionale che mi pare invece meriti.

1
Siamo abituati a identificare la tecnica e la tecnologia con le realizzazioni e i sistemi che l'uomo inventa, progetta, costruisce per risolvere problemi o modificare l'ambiente in modo da renderlo più accogliente e favorevole alla vita. Siamo persuasi, in generale, che la conoscenza dei più importanti sistemi tecnologici e di come storicamente si siano affermati e consolidati rappresenti un patrimonio culturale imprescindibile e irrinunciabile per un cittadino moderno. Presupposto necessario per la formazione di personalità libere, capaci di guardare al mondo e alla realtà, nel suo intreccio del naturale con l'artificiale, con intelligenza e buon senso in modo da coglierne contraddizioni, anomalie, ingiustizie ma anche da intravederne potenzialità e opportunità.

Ma il fatto tecnico va ben oltre il dato fenomenologico delle realizzazioni, effettive o potenziali, materiali o intellettuali, che hanno costellato il progredire dell'umanità. L'uomo, a partire dal tempo antico via via fino ai nostri giorni, si è sempre interrogato sulla essenza della tecnica e vari filosofi e pensatori, da Platone fino a Nietsche, hanno affrontato questa decisiva questione. E' però nel pensiero e nell'opera di un grande antropologo, Arnold Gehlen (1904-1975), che il problema ha trovato una soluzione tra le più persuasive e convincenti. Ne dà conto in un importante saggio (“L'uomo nell'età della tecnica”, Feltrinelli, 1999) Umberto Galimberti, che spiega come si possa affermare che “la tecnica è l'essenza dell'uomo”, essendo essa non una espressione dello spirito umano ma, al contrario, un elemento caratteristico e distintivo della sua natura, un suo tratto costitutivo e fondamentale. Scrive Galimberti:
“Infatti, a differenza dell'animale, che vive nel mondo stabilizzto dall'istinto, l'uomo, per una carenza della sua dotazione istintuale, può vivere solo grazie alla sua azione, che da subito approda a quelle procedure tecniche che ritagliano nell'enigma del mondo un mondo per l'uomo. L'anticipazione, l'ideazione, la progettazione, la libertà di movimento e d'azione, in una parola la storia come successione di autocreazioni hanno nella carenza biologica la loro radice e nell'agire tecnico la loro espressione.”

La natura e l'essenza dell'uomo non si spiegano quindi se non facendo luce sul fenomeno della tecnica. La filosofia, l'antropologia e la psicologia, nelle loro conquiste più recenti e condivise, indicano quindi quella tecnica come una dimensione strutturale e fondamentale dell'essere umano.

2
L'ingresso della Tecnologia nella scuola di base (materna, elementare, media) come disciplina di studio e materia di insegnamento è stato lento e complicato, come è testimoniato dal suo ripetuto cambio di denominazione: Applicazioni Tecniche (maschili e femminili), poi Educazione Tecnica, infine Tecnologia. E col tempo sono mutate anche le motivazioni e le ragioni a fondamento della sua presenza nel curricolo: da materia dal taglio essenzialmente pratico e operativo, a momento altamente formativo sul piano cognitivo e metacognitivo, a componente fondamentale nell'organizzazione culturale dell'allievo in formazione. Anzi, è proprio a partire dagli anni '90 che si accende un intenso dibattito, accompagnato da seminari e convegni in molte parti d'Italia, sullo statuto epistemologico di questa (nuova) disciplina.

E' in questi ultimi anni che la riflessione disciplinare di matrice epistemologica si arricchisce del contributo portato dalla ricerca filosofica e antropologica (come quella di Gehlen mediata da Galimberti) e raggiunge una maggiore organicità ed efficacia nel proporre l'insegnamento della Tecnologia come disciplina fondamentale e fondante dai tre anni fino al termine dell'obbligo scolastico.

In che misura e secondo quali modalità questa proposta pedagogica sia stata accolta e fatta propria dagli ambienti ministeriali lo si può valutare dalle indicazioni che i diversi governi che si sono succeduti hanno via via messo a punto ed applicato. In generale le sorti della Tecnologia come materia di insegnamento nella scuola di base sono state alterne, dovendo fare i conti con le trasformazioni, talvolta burrascose, degli ultimi dieci anni che hanno visto interessi e poteri molto forti scontrarsi sul terreno del curricolo e della sua delicata ripartizione oraria.

Oggi c'è quindi una diffusa preoccupazione, non solo tra i docenti di area tecnologica ma tra tutti coloro che credono nel valore educativo e formativo della Tecnologia, per come l'attuale governo vorrà configurare il curricolo del prossimo futuro e per quale ruolo potrà in esso giocare questa disciplina. A tale proposito non si può che condividere quanto hanno scritto recentemente Vittorio Campione e Silvano Tagliagambe ("Saper fare la scuola: il triangolo che non c'è", Einaudi, 2008):
"Scienze e tecnologia, ingegneria e finanza, design e spettacolo, ma anche le discipline giuridiche, mediche o legate alla formazione sono tutti ambiti che riguardano le professioni e i lavori di oggi e, credibilmente, del prossimo futuro. Accentuare nel sistema educativo la capacità di accompagnare la "formazione complessiva" delle giovani generazioni in direzione di una creatività applicata a questi settori è quanto oggi occorre e può interrompere quel perverso destino che, nell'impianto educativo attuale, espelle sistematicamente un numero di studenti stabilmente fisso sul 20 percento del totale."

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Nello scenario sopra delineato, chi si candida a rivestire un ruolo fondamentale nella formazione di un pensiero della e sulla tecnologia è il docente del primo ciclo di istruzione: il maestro nella scuola primaria, il docente di Tecnologia nella scuola secondaria di primo grado (scuola media). E' sul secondo in modo particolare che mi vorrei soffermare, dal momento che la sua preparazione e competenza come anche il suo intervento didattico e formativo si collocano esattamente nell'ambito disciplinare della Tecnologia. Ma qual è il profilo dell'insegnante medio di Tecnologia? Può farsi efficace attore di un compito educativo e formativo così complesso e delicato? Fino a ieri il docente di Tecnologia nella scuola media non possedeva caratteristiche del tutto adeguate per raccogliere nella sua interezza questa sfida. Si trattava di docenti, caso quasi unico nel variegato mondo della scuola, con una formazione di carattere tecnico o professionale, nella quasi totalità dei casi privi del titolo di laurea. In grado di offrire apporti formativi molto preziosi ma soprattutto sul piano dello sviluppo di abilità pratiche e operative, secondo l'ottica delle vecchie “Applicazione Tecniche”. Ma poco attrezzati culturalmente, in linea generale, per condurre l'allievo in crescita a quella consapevolezza del fatto tecnico e tecnologico a cui si faceva più sopra riferimento.

Oggi le cose sono molto diverse. Nuove generazioni di insegnanti hanno fatto il loro ingresso nella scuola. L'insegnante di Tecnologia è, salvo rare eccezioni, un laureato: Ingegnere, Architetto, Agronomo, Geologo. Molto spesso ha una rilevante esperienza professionale, frequenta e conosce approfonditamente diversi settori del mondo del lavoro, della progettazione, dei servizi, della produzione. Usa in modo naturale e spontaneo le nuove tecnologie. Spesso è intriso di cultura imprenditoriale. Non di rado conosce bene l'inglese, scritto, parlato. Sa lavorare in gruppo, sa fare rete. Ha presa sui ragazzi.
E' quindi un professionista moderno, competente, informato. Padroneggia le tecniche di comunicazione, anche multimediale. Spesso porta nella scuola saperi costruiti e sviluppati in altri ambiti, quello delle imprese, quello della consulenza, della formazione. E' capace di progettare, di programmare, di governare e controllare processi, di documentare, di rendicontare. Spesso è un innovatore, in grado di trattare con disinvoltura modelli, di costrurli, di applicarli, di sperimentarli.
Lo animano forti motivazioni. E' nella scuola per libera scelta, assai di rado per necessità.

Ecco. E' questa la nuova guardia, la nuova categoria dei docenti di Tecnologia. Persone nuove che non si riconoscono più nelle vecchie associazioni di categoria, come l'ANIAT, e che desiderano cimentarsi con le impegnative sfide educative di questi nostri tempi.
Da un'esperienza associativa regionale, maturata in Emilia Romagna, è nata in questi giorni una nuova associazione nazionale. E' l'ANITEC, l'Associazione Nazionale per l'Insegnamento della Tecnologia. Si propone di restituire smalto e dignità a questa disciplina, di studiarne e ricercarne i fondamenti epistemologici e le modalità didattiche, di raccogliere e sostenere chi ritiene fondamentale l'insegnamento della Tecnologia nel nostro Paese, fin dalla più tenera età.

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Da quanto si è detto finora emerge chiaramente come al più ampio ambito della Tecnologia appartenga il pur variegato mondo delle Nuove Tecnologie o ICT. La competenza nel loro impiego, anche e soprattutto a fini didattici, è indicata da più parti come un requisito imprescindibile per gli aspiranti insegnanti. D'altra parte, parlando di ICT e di Informatica nella scuola, sarebbe sbagliato confondere il corretto ed efficace impiego di strumenti tecnologici e informatici nelle attività didattiche (padronanza informatica) con la conoscenza e la comprensione dei principi fondamentali dell'informatica e del calcolo automatico (cultura informatica).

Mentre la padronanza informatica si sta via via diffondendo nel mondo della scuola, anche se lentamente e faticosamente, stenta ad affermarsi il principio che una adeguata cultura informatica di base costituisca un bagaglio indispensabile e quindi un diritto irrinunciabile per il ragazzo in formazione. Chi può assicurare, se non i tecnologi e gli insegnanti di area tecnologica, l'adeguato presidio di un'area di sapere così importante per la formazione delle nuove generazioni? Occorre quindi promuovere una diffusione dell'Informatica nella scuola, fin dai primissimi anni, di tipo culturale oltre che di tipo strumentale, evitando il rischio che, affidati alla sola buona volontà dei singoli insegnanti, i fondamenti di Informatica scompaiano dall'orizzonte culturale dei nostri giovani.

Un discorso analogo può essere fatto anche per la cosiddetta "cultura imprenditoriale". Scrive a tal proposito Claudio Gentili, direttore dell'area Education di Confindustria ("Umanesimo Tecnologico e Istruzione Tecnica", Armando Editore, 2007):
"E' difficile pensare ad una scuola in linea con i tempi che ignori la cultura economica e la realtà del mondo delle imprese e del lavoro. L'una e l'altra hanno valenza fortemente educativa, centrata sui valori prima ancora che su comportamenti (libertà di iniziativa, sviluppo, soddisfacimento dei bisogni essenziali, senso del lavoro ben fatto). A buon diritto questo sapere va inserito tra i saperi fondamentali della scuola del XXI secolo, come componente essenziale per l'inserimento sociale e lavorativo del cittadino in una società ad economia di mercato e ad industrializzazione avanzata."

E' lecito domandarsi quale altro ambito disciplinare, se non quello tecnologico, può adeguatamente assicurare la presenza e il presidio di un'area culturale così importante e strategica per lo sviluppo delle nuove generazioni, sia dal punto di vista del graduale inserimento nel mondo del lavoro che da quello (ad esso legato) del complessivo sviluppo cognitivo e culturale.
D'altra parte lo stesso Gentili si faceva promotore, nel Marzo 2008, di quel "Patto per la Scuola" che aveva trovato così largo consenso tra i massimi esperti italiani di pedagogia e di politiche scolastiche e nel quale si scriveva, al punto 5:
"E’ necessario puntare su di un miglioramento delle competenze fondamentali, attraverso una formazione di base più qualificata e più vicina ai diversi bisogni degli utenti, ma soprattutto attenta allo sviluppo integrale della persona: deve esserci una maggiore integrazione fra indirizzi e livelli, e fra scuola e formazione; è necessario un potenziamento della cultura tecnica e scientifica, con maggiori connessioni con il mondo del lavoro. L’utilizzo sistematico delle nuove tecnologie non può essere solo strumentale, ma segna una diversa concezione dell’ apprendimento. La scuola dovrà essere più equa e meno egualitaristica."

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E' noto che in queste settimane di settembre, che accompagnano l'avvio del nuovo anno scolastico, comincerà negli ambienti ministeriali il lavoro di progressiva definizione di quelle che diventeranno (con ogni probabilità) le nuove Indicazioni Nazionali per la scuola del primo ciclo.

In conclusione e a sintesi di queste poche riflessioni intendo insistere sulla fondamentale importanza, per lo sviluppo e il progresso del nostro sistema di istruzione e quindi del nostro Sistema Paese, che:

A) l'insegnamento e lo studio della Tecnologia venga confermato come pilastro imprescindibile dell'assetto curriculare complessivo del primo ciclo di istruzione (scuola materna / elementare / media), in sostanziale coerenza con l'operato dei governi precedenti;

B) l'insegnamento dei fondamenti di Informatica, ben distinto dal puro e semplice addestramento all'uso del computer e requisito indispensabile per il formarsi di una cultura informatica generalizzata capace di sostenere la diffusione di una reale condizione di cittadinanza elettronica e digitale, trovi una adeguata rappresentanza nell'asssetto curricolare all'interno dell'area tecnologica.